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Biografia

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Giovanni Falcone è stato un magistrato italiano che ha dedicato la sua vita alla lotta contro la mafia senza mai retrocedere di fronte ai gravi rischi a cui si esponeva con la sua innovativa attività investigativa, mosso da uno straordinario spirito di servizio verso lo Stato e le sue istituzioni. È stato tra i primi a identificare Cosa Nostra in un’organizzazione parallela allo Stato, unitaria e verticistica in un’epoca in cui si negava generalmente l’esistenza della mafia e se ne confondevano i crimini con scontri fra bande di delinquenti comuni.  La sua tesi è stata in seguito confermata dalle dichiarazioni rilasciate nel maxiprocesso dal primo  importante pentito di mafia, Tommaso Buscetta,  e, negli anni seguenti, da altri rilevanti  collaboratori di giustizia.

Grazie al suo innovativo metodo di indagine ha posto fine all’interminabile sequela di assoluzioni per insufficienza di prove che caratterizzavano i processi di mafia in Sicilia negli anni ’70 e ’80. Il metodo si avvale di indagini finanziarie presso banche e istituti di credito in Italia e all’estero e permette di individuare il  movimento di capitali sospetti. Esso è tuttora adottato a livello internazionale per combattere la criminalità organizzata.

Rigore investigativo, indagini finanziarie ed estrema capacità di coesione all’interno del gruppo che è passato alla storia come il “pool antimafia”: queste le caratteristiche che hanno permesso la realizzazione del primo maxiprocesso alla mafia, il più grande risultato mai conseguito contro Cosa nostra. L’eccezionale lavoro di un manipolo di magistrati guidati da Falcone approdò al dibattimento pubblico che vide alla sbarra 475 mafiosi, tra boss e gregari. Esemplare la sentenza, che consentì alla magistratura di condannare all’ergastolo l’intera direzione strategica di Cosa nostra. Accuse poi confermate fino in Cassazione.

 

 

Infanzia

 

Giovanni Falcone nasce a Palermo il 18 maggio 1939 da Arturo, direttore del Laboratorio chimico provinciale, e da Luisa Bentivegna. E’ il terzo figlio dopo due sorelle ed è un ragazzo molto vivace: gli piace muoversi e giocare a pallone, gioco che condividerà con gli altri bambini del quartiere a Piazza della Magione, nel cuore di Palermo. Fra i compagni di giochi vi è anche il futuro amico Paolo Borsellino.

A cinque anni inizia le elementari al Convitto nazionale con la maestra Cotroneo che così lo definisce: “bravo, rapido e sintetico”.

Ma è nell’ambiente familiare che il piccolo Giovanni assorbe quei valori che ne avrebbero contraddistinto il comportamento morale per tutta vita: la madre gli parla spesso dello zio bersagliere caduto sul Carso e il padre dell’altro zio, capitano in aviazione, morto quando il suo aereo era stato colpito durante un combattimento. Nel giovane Falcone si imprimono così il senso del valore del sacrificio e un forte senso di attaccamento al dovere. Dirà lui stesso più tardi: “Occorre compiere fino in fondo il proprio dovere, qualunque sia il sacrificio da sopportare, costi quel che costi, perché è in ciò che sta l'essenza della dignità umana”.

 

Formazione

 

Con l’ingresso al liceo classico Giovanni Falcone scopre presto l’interesse per nuove concezioni della vita, impara a rifuggire dai dogmi culturali e a coltivare il dubbio. Grazie al suo insegnante Franco Salvo, professore di storia e filosofia al liceo Umberto I, scopre il materialismo storico e il marxismo, si appassiona allo studio critico della storia e inizia a guardare con altri occhi alle dinamiche sociali.

Alla licenza liceale, conseguita con il massimo dei voti e il diritto all’esonero dalle tasse universitarie, segue una breve esperienza all’Accademia navale, dove viene subito spedito allo Stato Maggiore perché, si sostiene, ha attitudini al comando. Ma Giovanni scopre presto che la vita militare, acritica e autoritaria, non fa per lui, naturalmente aperto al confronto e al dialogo. Così approda alla facoltà di Giurisprudenza e a studi che ama e a cui si dedica con impegno. Quando entra in facoltà, Giovanni sa già che la sua strada sarà la magistratura.

Questo è anche il periodo in cui Giovanni riesce a coltivare lo sport, una passione mai abbandonata: atletica, ginnastica, canottaggio e nuoto. La piscina comunale di Palermo lo vedrà assiduo frequentatore fino a metà degli anni ‘80, ossia fino a quando la sua condizione di super scortato glielo permetterà. Poi vi rinuncerà, come a tanti altri svaghi.

Nel 1962, ad una festa, conosce Rita e si innamora a prima vista. Due anni dopo, mentre Giovanni sostiene il concorso per entrare in magistratura, i due decidono di sposarsi.

 

Trapani

 

Nel 1965 ottiene il primo incarico come pretore a Lentini dove si fermerà soltanto due anni. Nel 1967 viene poi trasferito d’ufficio a Trapani, città in cui inizia la sua vera storia professionale e matura la sua cultura giuridica e politica. È lì, durante il processo contro le cosche del trapanese, che avviene il suo primo impatto con la mafia, quella autentica, antica, feroce e invasiva. Leader di quel gruppo di criminali alla sbarra è don Mariano Licari. Dirà di lui Falcone nel 1985: “Mi imbattei in un boss di rango. Era Mariano Licari, un patriarca trapanese. Lo vidi in dibattimento, in Corte d’Assise. Era sufficiente osservare come si muoveva per intravedere subito il suo spessore di patriarca”.  Alla fine il processo contro Mariano Licari viene trasferito in una sede diversa e naufraga: ancora una volta il cavillo della legittima suspicione (cioè la ricusazione di una Corte ritenuta dagli imputati “prevenuta”) prevale sul più elementare buon senso. Trapani non ha potuto giudicare la sua mafia. “La giustizia subì una sconfitta”, dirà Falcone, ma quella battaglia gli fece intravedere una nuova strada da percorrere per potenziare le indagini e trovare altre prove:  gli accertamenti patrimoniali sulla consistenza economica dei boss.

E’ ancora a Trapani che il giovane magistrato si trova a rischiare per la prima volta la vita: mentre è in carcere come giudice di sorveglianza, un terrorista appartenente ai nuclei armati proletari lo prende  in ostaggio, puntandogli un coltello alla gola per chiedere la lettura di un suo messaggio alla radio e il trasferimento in altra struttura. Alla fine le richieste del terrorista vengono soddisfatte e Giovanni Falcone scampa il pericolo.

Alla fine del 1978 si può considerare conclusa l’esperienza trapanese. Giovanni Falcone si convince a chiedere la sede di Palermo, forse anche come estremo tentativo di salvare un matrimonio che non sta più in piedi. Va  alla sezione fallimentare, ma, dopo pochi mesi, nell’estate del 1979, la rottura con Rita sarà definitiva. La sua vita cambia completamente sia nel privato che nella carriera: approda alla giustizia penale e comincia a costruire la nuova lotta alla mafia.

Palermo: nel palazzo di giustizia

L’attività di Giovanni Falcone nel Palazzo di Giustizia di Palermo si inserisce in un momento molto grave per la città, che nel settembre del 1979 aveva assistito all’uccisione del giudice Cesare Terranova. Il giudice Rocco Chinnici, che era stato mandato a dirigere l’Ufficio Istruzione e che da tempo invitava Giovanni Falcone a suo fianco, riesce finalmente a convincerlo. Da quel momento inizia per il magistrato l’avventura giudiziaria più importante della sua vita sia dal punto di vista professionale che umano.

 

Il processo contro Rosario Spatola

 

Appena Falcone comincia a leggere le carte delle indagini sull’imprenditore mafioso italo-americano Rosario Spatola, si rende subito conto di essersi imbattuto in un’inchiesta che riguarda i piani alti della mafia economica e finanziaria. Un’inchiesta che, muovendo da Cosa nostra militare palermitana, passa per il paludoso mondo politico-finanziario di Michele Sindona e arriva fin negli Stati Uniti e al gruppo mafioso legato al faccendiere siciliano. Si tratta della più potente associazione criminale dell’epoca, che detiene in quegli anni il commercio mondiale della droga di cui reinveste gli enormi proventi in attività lecite dopo averli opportunamente “lavati” attraverso le banche. Aprendo quel libro Falcone capisce subito di trovarsi di fronte a un pozzo nero che contiene di tutto: una lunga catena di sangue che parte da una serie di personaggi interni al mondo affaristico mafioso e finisce negli omicidi eccellenti di servitori dello Stato come il vice questore Boris Giuliano, il capitano dei carabinieri Emanuele Basile e il procuratore GateanoCosta.

Falcone, tuttavia, non desiste dalle sue indagini, anche se si rende conto ogni giorno di più del rischio che corre. Anzi, appare sempre più determinato a porre fine alle assoluzioni per insufficienza di prove, così frequenti nei processi di mafia di quegli anni, ed inaugura un nuovo metodo investigativo che rivoluzionerà la storia della lotta a Cosa nostra. Estende le ricerche al campo patrimoniale, una via fino ad allora poco esplorata, riuscendo a superare il segreto bancario e ottiene la collaborazione di banche e finanziarie nazionali ed estere per ricostruire i movimenti di capitali sospetti. Il suo metodo lo espone ulteriormente, perché permette di indagare in modo efficace sui capitali del clan mafioso degli Spatola-Inzerillo. Si decide quindi di assegnargli la scorta: è il 1980. Da quel momento la vita blindata condiziona la sua quotidianità e il rapporto sentimentale da poco nato con Francesca Morvillo, magistrato alla Procura dei Minorenni. Lei, donna dolce e riservata, è anche molto decisa e forte, e saprà sopportare di buon grado insieme a Giovanni le nuove difficoltà e le numerose rinunce.

Alla fine, dopo tanti sacrifici e rischi corsi, le indagini danno il risultato sperato e il processo Spatola si conclude con condanne esemplari. E’ la prima incrinatura nel mito della invincibilità di Cosa nostra.  

Ma la reazione non si fa attendere: il 29 luglio 1983 un’autobomba massacra Chinnici insieme alla scorta e al portinaio della sua casa in via Pipitone. Erano già stati uccisi il colonnello Russo, Boris Giuliano, il capitano Basile, Mario Francese, Pio La Torre, il presidente della Regione Pier Santi Mattarella, il procuratore Costa, Cesare Terranova, l’agente Calogero Zucchetto, il Professore Paolo Giaccone, e, come estrema sfida, la mafia aveva massacrato Carlo Alberto Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente Domenico Russo. Le immagini di “Palermo come Beirut”, il palazzo di Chinnici ridotto a una gruviera, fanno il giro del mondo. La città, che si sente profondamente violata e scossa, affida spontaneamente a Giovanni tutte le ansie e le speranze di riscatto. A chi se non a lui, che aveva saputo esporsi andando oltre la “pacifica convivenza” tra stato e antistato? Avviene così che il giudice diventa un simbolo.

 

Il pool antimafia

 

All’indomani dell’assassinio di Rocco Chinnici, quale suo successore a dirigere l’Ufficio Istruzione viene mandato Antonino Caponnetto. È un magistrato siciliano ma quasi sconosciuto ai palermitani. Ha lavorato a lungo a Firenze e crede nelle capacità di Giovanni Falcone, che non ostacolerà mai,  proteggendolo, anzi,  nelle sue iniziative con la funzione di capo dell’ufficio.  Lo invita così a far parte del nuovo gruppo investigativo: il “pool antimafia”. Il pool è concepito per affrontare la complessità del fenomeno di Cosa nostra, non più vista secondo l’opinione generale, come accolita di bande, ma, secondo l’ipotesi di Falcone, che Caponnetto condivide, e che si rivelerà fondata, come organizzazione unica con struttura verticistica al cui interno non esistono gruppi con capacità decisionale autonoma. Alla luce di tale convinzione viene ritenuto fondamentale far uscire i giudici istruttori dall’isolamento in cui fino a quel momento  erano soliti investigare e affrontare invece il lavoro di indagine in équipe, condividendo le notizie disseminate nei vari carteggi per cogliere le relazioni e le dinamiche delle strategie di Cosa nostra.

 

Il frutto più importante dell’attività del pool, composto da Giovanni Falcone, Giuseppe Di Lello, Paolo Borsellino e Leonardo Guarnotta, sarà il maxi-processo. All’origine della megainchiesta viene posto un rapporto redatto da Ninni Cassarà, vice dirigente della squadra mobile e stretto collaboratore di Falcone: la ricostruzione minuziosa dell’origine della guerra di mafia che porterà i corleonesi di Totò Riina ai vertici dell’organizzazione.

Alla fine del 1984 il pool è al massimo dell’impegno e dei risultati: a ottobre, in Canada, Falcone ottiene le prove che gli consentiranno di arrestare il 5 novembre Vito Ciancimino con l’accusa di associazione mafiosa e di esportazione di capitali all’estero. Qualche giorno dopo vengono arrestati per associazione di stampo mafioso anche gli intoccabili esattori di Palermo, Nino ed Ignazio Salvo. La città guarda sbigottita: nessuno avrebbe mai creduto di potere assistere a quegli eventi. Giovanni Falcone diventa il simbolo del cambiamento.

Mentre le indagini procedono,  il 28 luglio del 1985 la mafia reagisce con l’uccisione del commissario Beppe Montana, amico e braccio destro di Cassarà, e, qualche giorno, dopo, il 6 agosto, dello stesso Ninni Cassarà.  È un momento terribile, di grande pericolo anche per il giudice.

Così, quando Caponnetto viene informato che dal carcere è partito l’ordine di uccidere anche Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, fa trasferire immediatamente i due magistrati al sicuro,  nel carcere dell’Asinara. Giovanni e Paolo si trovano a vivere per alcune settimane reclusi come due detenuti, insieme con loro famiglie. Tornano a Palermo dopo un mese,  poiché devono consultare alcuni documenti custoditi nella cassaforte della Procura, carte necessarie a concludere l’ordinanza di rinvio a giudizio.

 

Il maxiprocesso

 

L’8 novembre del 1985 il pool deposita l’ordinanza di rinvio a giudizio contro 475 imputati. Il 10 febbraio 1986 inizia il primo maxiprocesso a Cosa nostra, il traguardo più importante di Giovanni Falcone: ventidue mesi di udienze in un’aula bunker appositamente costruita in cemento armato, in grado di resistere anche ad attacchi missilistici e di dimensioni tali da poter contenere il gran numero di imputati e permettere ai giudici di lavorare in sicurezza.

Le accuse ascritte agli imputati comprendono 120 omicidi, traffico di droga, estorsione e il reato di associazione mafiosa. Le prove più significative – pazientemente riscontrate - provengono dal collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta, catturato come latitante in Brasile due anni prima.

Il 16 dicembre del 1987 il presidente della Corte d’Assise,  Alfonso Giordano,  legge la sentenza che, incredibilmente, malgrado la mole del processo, arriva nei tempi stabiliti. Tutti,  il giudice a latere Piero Grasso, il pubblico ministero Giuseppe Ayala, i giurati popolari, centinaia di avvocati, in piedi per ore ad ascoltare il lungo elenco di condanne,  tra cui 19 ergastoli e 2665 anni di carcere a 339 imputati. Palermo scopre finalmente che la mafia non è impunibile. L’“astronave verde”, come viene definita dai giornalisti di tutto il mondo l’aula bunker per il colore dei muri delle celle,  quel giorno diventa il simbolo del riscatto dello Stato e della Sicilia. Ne aveva fatta di strada, Falcone. Ma quanta fatica per far accettare la tesi dell’unicità di Cosa nostra. Se l’intuizione gli era venuta dal processo Spatola, le conferme si sono aggiunte durante il maxiprocesso, grazie alle dichiarazioni del pentito Tommaso Buscetta: è stato l’ex mafioso (nato a Porta di Termini, a poche centinaia di metri dalla piazza della Magione in cui è cresciuto Giovanni) a condurlo per mano nel labirinto di Cosa nostra. Dirà più tardi, nel libro Cose di Cose Nostra: “Prima di lui non avevo – non avevamo – che un’idea superficiale del fenomeno mafioso. Con lui abbiamo cominciato a guardarvi dentro. Ci ha fornito numerosissime conferme sulla struttura, sulle tecniche di reclutamento, sulle funzioni di Cosa nostra. Ma soprattutto ci ha dato una visione globale, ampia, a largo raggio del fenomeno. Ci ha dato una chiave di lettura essenziale, un linguaggio, un codice. È stato per noi come un professore di lingue che ti permette di andare dai turchi senza parlare a gesti”.

Qualche mese dopo, nel maggio del 1986, il giudice può concedersi una breve parentesi nella tensione di quei giorni dedicandosi alla sua vita privata: si sposa con Francesca Morvillo.

Ma la reazione al grande successo conseguito col maxiprocesso non si fa attendere. Caponnetto va in pensione ed è costretto a lasciare il pool. Tutti si aspettano che sia Falcone a prendere il suo posto,  anche Caponnetto, che lo considera il suo erede naturale per esperienza e capacità di indagine. Ma il Consiglio superiore della magistratura nomina alla guida dell’ufficio istruzione Antonino Meli,  un magistrato di vecchia scuola che non vede di buon occhio il lavoro del pool e ne comincia lo smantellamento.  Nega il principio cardine del successo delle indagini di Falcone, cioè la struttura unitaria di Cosa nostra, e asseconda invece la vecchia tesi, dimostratasi ormai superata, della mafia vista come accolita di bande. Meli frantuma i processi e li distribuisce in vari uffici, col risultato disastroso di far perdere il nesso tra vicende che, senza un filo conduttore, perdono importanza.

 

L’attentato all’Addaura e la congiura del “corvo”

 

Due anni dopo, nel 1989, una congiura di soggetti ancor oggi non tutti individuati, decide di screditare definitivamente Falcone. L’accusa è di aver fatto ritornare in Italia il pentito Salvatore Contorno, esponente della “mafia perdente”, al fine di uccidere dei rappresentanti della “mafia vincente”. Queste falsità aberranti vengono espresse in lettere anonime, dette lettere del “corvo” ed inviate a vari rappresentanti delle istituzioni. Il 20 giugno del 1989 Falcone sfugge all’agguato tesogli nella sua villa all’Addaura: un borsone con cinquantotto candelotti di dinamite posto sulla scogliera dove Falcone suole fare il bagno, viene trovato per caso da un agente della scorta. La bomba viene disinnescata e l’attentato fallisce. È lo stesso Falcone a spiegare il senso di quell’aggressione, una manovra ideata in maniera perfetta da “menti raffinatissime”, adatta a dar credito alle accuse delle lettere diffamatorie del Corvo: “Il contenuto delle accuse doveva essere il movente che aveva spinto la mafia a uccidermi. Sarei stato un giudice delegittimato perché scorretto, l’omicidio sarebbe stato giudicato quasi naturale”.

Dopo l’attentato dell’Addaura, per diretto interessamento del Presidente Francesco Cossiga, Falcone viene nominato dal Consiglio superiore della magistratura Procuratore aggiunto di Palermo. Qui altre lettere del “corvo” continuano ad avvelenare il clima del Palazzo di Giustizia, ma Falcone, sebbene avversato e ostacolato, riesce ugualmente a condurre intense attività di indagine. Già nel 1988 aveva collaborato con Rudolph Giuliani, procuratore distrettuale di New York, nell’operazione “Iron Tower” con cui venivano colpite due famiglie mafiose coinvolte nel traffico di eroina, quelle dei Gambino e degli Inzerillo; nel gennaio ’90 coordina un’ inchiesta che porterà all’arresto di quattordici trafficanti colombiani e siciliani.

Tuttavia il clima ostile del Palazzo cresce ogni giorno di più e Falcone si rende presto conto di trovarsi isolato. Ma le massime incomprensioni gli derivano soprattutto dal confronto con il Procuratore Capo Piero Giammanco, che pure un tempo gli era stato a fianco. Questi ne ostacola sistematicamente il lavoro costringendolo a limiti angusti nella manovra delle indagini: Falcone avverte che in quel Palazzo, a Palermo, non riesce più a lavorare come vorrebbe e che i quotidiani dissensi  lo logorano ogni giorno di più. Decide così di accogliere l’invito del Ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli a ricoprire il ruolo di Direttore degli Affari Penali al Ministero e qui prende servizio nel novembre 1991.

 

Al Ministero di Grazia e Giustizia

 

Martelli dimostra subito di voler dare alla sua azione una forte connotazione antimafia e Falcone capisce quanto potrebbe essere determinante il suo ruolo nell’elaborazione di nuovi strumenti legislativi per rendere più efficace l’azione della magistratura contro la criminalità organizzata. Perciò fa in modo di semplificare e razionalizzare il rapporto tra pubblico ministero e polizia giudiziaria, istituendo una forma di coordinamento tra le varie procure. In un primo momento pensa di rivolgersi ai procuratori generali, ma vista la reazione negativa delle gerarchie della magistratura, decide di istituire una serie di procure distrettuali con esclusive competenze di contrasto alla mafia e direttamente dipendenti dai capi delle rispettive Procure.  Per garantire, inoltre, la circolazione delle notizie in tutto il territorio nazionale e un’azione coordinata ed efficace suggerisce con successo la costituzione di un ufficio centrale nazionale che prenderà il nome di Direzione Nazionale Antimafia, generalmente nota come Superprocura. Ma quando Falcone viene indicato come il naturale candidato a questo nuovo ufficio,  come un copione che si ripete, subisce l’avversione generale e maggiormente dei colleghi, che lo accusano di voler impadronirsi di uno strumento di potere da lui stesso ritagliato sulla sua persona.

Non è la Superprocura l’unico strumento di contrasto alla mafia pensato da Falcone. In quello stesso periodo vengono gettate le basi per la nascita di norme e leggi che regolino la gestione dei collaboratori di giustizia. Sul piano della necessità di impedire la comunicazione tra i boss in carcere e i mafiosi in libertà, prende corpo il cosiddetto carcere duro: cioè una forma di carcerazione differenziata (il 41 bis) per mafiosi e terroristi.

Il 30 gennaio del 1992, con una sentenza storica, la Cassazione riconosce valido l’impianto accusatorio che aveva portato alla sentenza di primo grado e rivede, aggravandolo, il giudizio d’appello che aveva mitigato le precedenti condanne. La Suprema Corte ripristina 19 ergastoli e migliaia di anni di carcere per boss e gregari. Il cosiddetto “teorema Buscetta” è sancito definitivamente, insieme con il trionfo di Giovanni Falcone: il “suo” maxi-processo regge alla prova finale.

Ma l’apice del successo sarà proprio l’inizio della fine del giudice. Cresce l’odio della mafia nei suoi confronti e, parallelamente, cresce l’avversione politica per un magistrato che si avvicina pericolosamente al territorio inesplorato delle connivenze istituzionali. Viene giudicato talmente “pericoloso” da convincere i suoi nemici ad una soluzione finale, diversa e più cruenta di quella che ne aveva decretato l’espulsione da Palermo.

Giovanni Falcone, da parte sua, sa che il conto con la mafia è aperto e considera l’attentato alla sua persona come più di una eventualità, anzi una certezza che sarebbe prima o poi arrivata. Tuttavia va avanti per la sua strada.

 

La strage di Capaci

 

Il 23 Maggio 1992, Giovanni e la moglie Francesca, di ritorno da Roma, atterrano a Palermo con un jet del Sisde, un aereo dei servizi segreti partito dall'aeroporto romano di Ciampino alle ore 16,40.  Tre auto,  una Croma marrone, una bianca e una azzurra li aspettano. È la scorta di Giovanni, la squadra affiatatissima che ha il compito di sorvegliarlo dopo il fallito attentato del 1989 dell'Addaura. Ma poco dopo aver imboccato l’autostrada che congiunge l’aeroporto alla città, all’altezza dello svincolo di Capaci, una terrificante esplosione (500 kg di tritolo) disintegra il corteo di auto e uccide Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e agli agenti della scorta, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani.

 

***

 

La fine di Giovanni Falcone potrebbe essere letta come una sconfitta dei giusti e dello Stato, come la fine di una speranza, ma in realtà la sua morte ha rappresentato l’inizio di una vera rinascita della società civile, che ha spinto le istituzioni statali a sferrare nei confronti della mafia un attacco tale da ridurre quasi al tappeto Cosa nostra. Tutti i più grandi latitanti, tranne Matteo Messina Denaro, sono in prigione e l’azione della magistratura e delle forze dell’ordine non conosce soste. È importante, però, che l’azione non si fermi. Qualsiasi indecisione o allentamento della tensione giova a Cosa nostra. Per questo è fondamentale l’impegno delle istituzioni e, soprattutto, la vigilanza della società civile. Spetta a tutti noi, ai giovani, che saranno i  protagonisti del domani, mantenere alto l’esempio lasciato da Giovanni Falcone e fare propria la lezione di legalità, di professionalità e di amore per lo Stato che il magistrato ci ha lasciato.

 

 

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