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Biografia

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Ho conosciuto Francesca nell’estate del 1966: ero uditore alla Procura presso il Tribunale di Palermo, e Guido Morvillo, sostituto presso quella Procura, volle che incontrassi  Francesca, sua figlia, studentessa universitaria al penultimo anno di  Giurisprudenza.

Desiderava che Le parlassi dell’esperienza del mio ingresso in questa professione appena aperta alle donne poiché auspicava che Francesca abbracciasse la stessa attività.

Questa figlia, per la quale trapelava apertamente il suo orgoglio, mostrava di avere le sue stesse doti racchiuse in una esteriorità bella ed austera: un impegno estremamente serio e severo verso lo studio, un rigore morale ed una grande dignità.

Francesca non lo deluse: laureatasi nell’anno successivo, partecipò nel marzo del 1968, appena ventiduenne (era nata il 14 dicembre 1945), al concorso per uditore giudiziario che superò brillante e fu nominata con decreto del gennaio 1970.

Fu questa la professione che scelse a preferenza di altre verso le quali si era pure avviata (sostenne infatti gli esami di abilitazione all’insegnamento e di Procuratore legale), certo anche per rispettare il desiderio del padre, prematuramente scomparso, e continuarne il cammino per una strada che La appassionava e per percorrere la quale mostrava di avere tutte le necessarie qualità.

La incontrai nuovamente nel febbraio del 1972 allorchè, dopo un anno circa di permanenza presso la sezione penale del Tribunale di Agrigento, venne trasferita alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Palermo, in quello stesso Tribunale ove anch’io  negli stessi giorni mi ero immessa quale giudice, a seguito della istituzione di autonoma pianta organica di quegli uffici giudiziari.

Era sempre giovane e bella come allora, solo più matura e più seria, responsabilmente già immessa nel Suo ruolo di magistrato vissuto con estrema consapevolezza e già dagli inizi con una grande professionalità che dava il dovuto risalto alla Sua solida preparazione scientifica.

Abbiamo affrontato insieme, per lunghi anni, l’esperienza minorile che ci gravava di ansia, di inquietudine e di un impegno vigile e sollecito per la delicatezza delle situazioni coinvolgenti soggetti fragili, dalla personalità ancora in formazione.

Per le sue qualità di equilibrio, serenità, profondità non comuni e per il garbo e lo stile che in modo particolare La contraddistinguevano, Francesca lavorò sempre in buona armonia non soltanto con i colleghi e in primo luogo con il Procuratore della Repubblica – che subito l’apprezzò e si fidò del sui modo di affrontare l’istruttoria dei processi anche i più delicati - , con il personale e con tutti gli operatori minorili, ma altresì con gli avvocati, verso i quali aveva il debito rispetto per la funzione ed il ruolo.

 Nel rapporto con i minori sapeva trovare il giusto equilibrio tra severità ed umanità, senza mai trascendere a facili paternalismi e senza mai perdere la dimensione del Suo ruolo e la serenità del giudizio.

Francesca amava il contatto con i giovani: l’aveva già sperimentato nella Sua esperienza d’insegnamento, attività che Le era estremamente congeniale e che aveva svolto prima, durante l’Università nelle scuole elementari di un istituto per figli di detenuti e poi, per un anno, dopo la laurea, quale docente di diritto in un istituto tecnico statale.

Tale esperienza, e in particolare quella vissuta con i piccoli svantaggiati dalla detenzione del padre, La portò a scegliere le funzioni di giudice minorile, aiutandola nell’approccio con i ragazzi e nella comprensione della loro personalità.

L’estrema dignità ed umanità e il grandissimo equilibrio con il quale svolgeva il Suo ruolo hanno fatto sì che Essa non sia stata e non sarà mai dimenticata da tutti coloro che con Lei hanno avuto modo di lavorare.

L’intitolazione a Suo nome del Centro di Prima Accoglienza per i Minorenni, stabilita dal Ministero di Grazia e Giustizia con decreto del 23 giugno 1992, non è, senza ombra di retorica, che il dovuto riconoscimento di queste Sue doti e qualità che Francesca, senza riserve e con dedizione, ha sempre messo al servizio della Sua funzione nella quale credeva e che svolgeva senza incertezze e con determinazione.

Dopo oltre sedici anni, Francesca, pur consapevole di lasciare un’attività che avrebbe rimpianto per il peculiare legame che si era creato fra tutti coloro che erano coinvolti nei procedimenti minorili connotati da frequenti momenti di confronto e di collaborazione, chiese ed ottenne di essere trasferita alla Corte di Appello della nostra città, ove nel luglio 1988 prese possesso delle funzioni di consigliere presso la terza sezione penale.Essendo stata anch’io, quasi contemporaneamente, trasferita al Palazzo di Giustizia, ho continuato a lavorare accanto a Lei, avendo così modo di constatare direttamente quali spazi sempre più vasti di stima e di considerazione Essa si andava creando nel nuovo ambiente di lavoro, ove ben presto venne ritenuta uno dei magistrati con maggiore competenza nella materia penale, e di trovare conferma del suo stile di lavoro anche nello svolgimento delle funzioni giudicanti, specie nei processi impegnativi e delicati, dei quali fu relatrice inappuntabile ed estensore ineccepibile delle sentenze.

Sono stata accanto a Lei in quei momenti di tormento e di ansia che Le venivano dal condividere la vita di Giovanni.

Ma per la riservatezza che La distingueva, Essa mai faceva trasparire le Sue angosce, le Sue preoccupazioni: bisognava soffermarsi nella profondità dei Suoi occhi, osservare attraverso il Suo sguardo per superare il controllo delle Sue emozioni e leggere nel Suo animo.

Solo nell’intimità del rapporto di amicizia si lasciava andare alla confidenza, pur sempre con discrezione.

Al suo posto di lavoro, si impegnava a non trasferire neanche momentaneamente le emozioni della Sua vita privata.

Nonostante la comprovata solidità della Sua preparazione nel campo del diritto penale sostanziale e processuale, sempre aggiornata con dottrina e giurisprudenza, e la compiutezza della Sua esperienza giudiziaria nel settore, Francesca aveva rifiutato di partecipare con interventi o relazioni a convegni ed incontri di studio: e non tanto per timidezza quanto per il Suo profondo senso di riserbo che la faceva rifuggire da ogni forma di pubblicità.

Aveva invece accettato con entusiasmo l’incarico di professore a contratto per la materia “Legislativa del minore” nella scuola di Specializzazione in pediatria presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Palermo.

Per il puntuale impegno congiunto alle sue consuete diligenza e umanità, con cui svolse per alcuni anni tale compito, di cui mai si fece vanto, per il trasporto e l’interesse che L’avevano animata nel rapporto con i giovani specializzandi, anche in questo ambiente ha lasciato di sé un vivo ricordo e un vivo rimpianto.

Era una donna veramente particolare: raramente la bellezza esteriore è così pienamente espressiva di una completezza di qualità interiori come nel caso di Francesca.

Come moglie e compagna di un uomo dalla personalità Giovanni Falcone, Francesca ha certo avuto, accanto alle gioie e all’appagamento derivanti dall’intensità di tale unione, momenti di turbamento, di ansia, vissuti con compostezza e coraggio sino all’estremo sacrificio ed accettati come inevitabile conseguenza del profondo impegno civile e morale con il quale Giovanni svolgeva il suo ruolo.

Come amica era affettuosa, piena di premure, partecipe della tua vita con discrezione e con generosità; ti rendeva orgogliosa di esserLe vicino, di potere dividere con Lei momenti di confidenza e di potere conoscere appieno tutti gli aspetti della Sua personalità: all’assenza in Lei di qualsiasi manifestazione d’invidia, di orgoglio, di presunzione, si accostava un’estrema modestia e una grande dignità, che tuttavia non le impedivano di manifestare la Sua gioia di vivere, la Sua allegria, la Sua voglia di scherzare, di stare in compagnia, di godere di ogni spettacolo che veniva a distoglierLa dai pensieri e dalle preoccupazioni giornaliere.

Dolce Francesca, indimenticabile compagna e amica, insostituibile collega e magistrato esemplare, strappata così crudelmente ai tuoi cari e a questa vita, che il Tuo supremo sacrificio, culmine delle Tue qualità morali, che rende perenne il ricordo di Te e Ti ha aperto le porte per una Vita migliore, Eterna, accompagnata dalle preghiere dei tuoi familiari e di quanto hanno conforto nella Fede, non venga vanificato dall’indifferente svolgere delle vicende quotidiane, ma ci valga da monito e da impegno a rendere a Te e a Giovanni quella giustizia terrena per la quale avete immolato la Vostra esistenza.

 

Dottoressa Maria Teresa Ambrosini

 Palermo, 10 luglio 1992